Cosa vuol dire ambientamento? e quale significato ha per un neonato l’ambiente.
Un bimbo trascorre nell’utero la prima parte della sua vita, in un ambiente adatto a lui, e possiamo tranquillamente affermare che cresce insieme a lui.

Fin da quando atterra nella piccola cavità uterina e si impianta, giorno per giorno, cresce, si forma e si sviluppa intorno a lui anche l’ambiente circostante, contenendolo, cullandolo, massaggiandolo, senza dargli scossoni, facendogli percepire lo spazio in cui è contenuto mano mano che cresce e dandogli sicurezza.

Poi, quando è giunto il momento, quando cioè lo spazio non può contenere più la sua crescita, quando è in grado di affrontare un passaggio ed una nuova condizione, lo avverte, lo spinge fuori, lo predispone attraverso le contrazioni ad intraprendere il suo nuovo viaggio.

Ecco allora che viene alla luce.

Ma questo passaggio ha bisogno di un Ambientamento, poiché luci, suoni, colori, odori, l’essere toccato, molto diverso dallo sfioramento della mamma, dalle coccole, manipolato a volte neppure con rispetto o garbo, da più mani diverse, sono tutte sensazioni nuove con cui fare i conti ed a cui lui deve abituarsi.

Poi i primi due giorni trascorsi nel nido, se anche va di lusso, in camera con la mamma, ma alla mercé di parenti e amici che vogliono toccare, prendere, sballottare.
Anche qui il neonato fa uno sforzo incredibile per ambientarsi perché nulla, ma davvero nulla, è come prima, nulla che lo riporti all’esperienza a cui poteva riferirsi.

Ambientamento al ritorno a casa

Trascorsi i giorni in clinica si fa ritorno a casa.

Bellissimo, nulla da obiettare, però è un altro ambiente, nuovi colori, odori, un turbinio continuo di stimoli e di sensazioni che sono necessari, ma che hanno bisogno di essere assimilate, di essere, oserei dire, digerite e comprese.
Allora si chiederà qualcuna: cosa si può fare? come si può aiutare il bimbo a superate tutto questo?
Io credo che per prima cosa dobbiamo renderci conto di tutto ciò.

Dobbiamo comprendere che un piccolo nello spazio temporale di tre, massimo cinque giorni, deve ben adattarsi a tre cambiamenti fondamentali, a tre ambienti diversi: utero e sala parto, nido ed infine casa propria, che sono molto impegnativi ed hanno bisogno di rispetto e considerazione.
Proviamo a pensare a quando abbiamo fatto un trasloco in una nuova casa, desiderata e progettata, a come ci siamo sentite i primi giorni, al disorientamento provato.

Il nostro neonato proverà forse il nostro disorientamento, o forse molto di più, appena entrato in casa.

La sua sensazione di smarrimento potrà trasformarsi in un pianto intenso appena varcata la soglia di casa, che non ci deve disorientare, ma semplicemente far riflettere sulla delicatezza del momento e che dovrà invece essere accolta come uno sfogo e come una libera espressione.

Consideriamo inoltre che non è stato lui a chiederci tutto questo e che, se ci pensiamo, potremo risparmiargli molte di queste cose.

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